Reggio Emilia Capitale della Fotografia e Don McCullin: non arte di guerra, ma di conflitto
image 1 by Donato Fusco

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Settima occasione annuale della “Settimana della Fotografia Europea” di Reggio Emilia: Palazzo Magnani ospita il grande fotografo inglese Don McCullin.
C’è qualcosa di singolare nella capacità di Reggio Emilia di qualificarsi come città di riferimento nei settori artistici. Quanto sta succedendo ormai con la fotografia era già successo negli anni settanta col balletto: cosa poteva legare la storia di questa città, così distante dalle morbidezze, alla danza, in particolare moderna, tanto da farla diventare la patria italiana della Nuova Tersicore? Credo che un ruolo importante sia da ricercare nel rigore che contraddistingue il reggiano, ma anche nel successo economico dell’industria reggiana, nella presenza del grande teatro allora solo Municipale e poi divenuto “Romolo Valli”, nell’accoglienza della scuola di danza di Liliana Cosi, in Amedeo Amodio e nel suo importante Ater Baletto divenuto presto famoso nello Stivale e anche all’estero, la sorprendente sensibilità di Comune e Provincia…

Ma questa è anche terra di Guareschi e Zavattini. Silvio D’Arzo e mio padre Antonio sorridevano (dal vecchio Caffè Impero sulla via Emilia, all’angolo di via del Vescovado) con sofferenza di fronte alla “sindrome da cicala” che le tenaci formiche reggiane del dopoguerra attribuivano all’arte e alle lettere, di cui erano sintomi i costumi discutibili degli artisti… E malgrado questa temperie, Corrado Costa, spalleggiato dal barcollante di vino (sic…!) Adriano Spatola, ha mancato per un solo anno la paternità cittadina al più importante fenomeno letterario italiano del dopoguerra, il “Gruppo 63”, che nasce a Palermo ma celebra il suo primo compleanno proprio tra le “varie nebbie” reggiane…

Alcuni giovani l’avrebbero ben ricordato. Giorgio Messori, scrittore, aveva capito tutto; Vicki Tondelli forse anche. E mentre altri figli di questa strana comunità, estremista e conformista, come Davide Benati e Isabella Tirelli, conducevano a Milano e a Roma sperimentazioni artistiche complesse e sofisticate, e assurgevano all’onore della critica nazionale, Giorgio Messori accompagnava alla fine degli ’80 il fotografo Luigi Ghirri sul Po a reinventarne l’onda con la sua luce d’intelletto.

Forse è proprio questo l’evento emblematico di un’altra, grande avventura estetica per la città di Reggio Emilia: divenire capitale dell’arte fotografica, sull’onda di un grande maestro (Luigi Ghirri, cui è stata dedicata la prima edizione della reggiana “Settimana della Fotografia Europea” nel 2006), dei suoi consiglieri segreti, ma anche di altri operatori tricolori della “lucecomearte” (Ascolini, Farri, Codazzi…). E così Reggio sembra avercela fatta un’altra volta.

Allora, grazie a intellettuali reggiani che da decenni curano con riservatezza quasi carbonara le proprie passioni per lo spirito di tutti, strani torrenti sotterranei dalla via Emilia si collegano al grande flusso dell’arte-acqua che avvolge attraversa e dà vita all’umano tutto.
Che quest’umanità sia d’Italia o d’altrove, il semplice approccio non distingue.
Primo, perché l’esperienza estetica non ha longitudine o latitudine, che non sia emblematizzata dall’uomo vitruviano o dal corpo tantrico. Secondo, perché a Reggio non si è tranquilli nelle esegesi colte, e la collettività reggiana ti rimanda, con concretezza, a un umile e giusto: “Cui prodest?”, a chi serve?

“Cui prodest” la mostra di Don McCullin a Palazzo Magnani?

Quando l’arte è chiara, chiarissima è la risposta. La mia diffidenza verso la fotografia (quella pura, intendo, non la sua partecipazione a tecniche miste) come arte maggiore, si arresta soltanto di fronte a due forme di elaborazioni della luce: quella dell’estemporaneo, furtivo appropriarsi d’immagine capace di produrre effetti sensibili (la chiamerei “iconologia invasiva”) e quella del quieto appoggiarsi sulla meditazione (la chiamerei “iconologia evocativa”). Entrambe possono essere o realistiche o concettuali, anche se l’iconologia invasiva è più sul primo versante e l’iconologia evocativa è più sull’altro. Non trovo sinceramente seri vincoli di prassi tecnica o strumento nella fotografia “pura”.

La luce della foto d’arte è luce d’intelletto e luce d’umano sistemico: non credo ad altra sostanza, come apparirà chiaro nel mio testo estetico di prossima pubblicazione, il cui titolo provvisorio suona così: “Della Fotografia. Il concettuale fotografico”.

E così rinvengo nell’opera dell’audace Don McCullin entrambi i versanti: iconologia, la sua, indiscutibilmente invasiva ma anche in certi scatti deliziosamente evocativa. Per poi ogni tanto trascinare addirittura la semiologia che ha scelto per la difficile via del simbolico e farci riflettere in un percorso, sempre e solo col brulicare di ordinati (nel senso del logos e del bello) fotoni.

Per il resto dico che McCullin riluce da sé.

E, anche per i più resistenti e volgari, il “cui prodest” è fortunatamente evidente, indiscutibile sintomo d’arte. Lui nega d’essere un fotografo di guerra: affermazione di fenomenologica semplicità anglosassone, che lascia a noi latini un migliore spazio di definizione. Niente bizantinismi del senso, ma un chiaro distinguo poetico e semantico: non fotografo di guerra, siamo d’accordo, bensì, per il fatto che ovunque nella sua fotografia appaiono segni di difformità tragica, indiscutibile semiologo e iconologo del “Conflitto”.

© Don McCullin (Contact Press Images)

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Sia allora questo conflitto di vera e propria guerra, di guerra fredda (le foto del muro di Berlino), di ordine pubblico (le scene di arrembaggi urbani), di confronto con la non-violenza (i flick schierati di fronte a un dimostrante seduto a gambe incrociate con un simbolico cartello), la fame in Africa (sconvolgenti, già all’epoca, i reportage dal Biafra), di modelli socioeconomici (i fumi dell’industria a deturpare il territorio), di confronto con la propria morfologia estetica umana (il cesello delle giovani etiopi sul loro corpo e la trasformazione del vecchio irlandese), di irregolarità nel confronto con la natura, come si vive nei suoi panorami…

image 2 by Donato Fusco

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image 3 by Donato Fusco

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E si potrebbe procedere così per le più di cento opere in esposizione nella bella e varia antologica di Palazzo Magnani.

Don McCullin è un sublime iconologo del conflitto, dell’impuro, del naturale ingovernabile, dell’umano fallace: un grande realista che raggiunge un livello filosofico di connotazione tragica come stupendosi dell’umano alveare, dell’umano formicaio, del suo sanguinare, del suo volersi male anche quando si va all’ippodromo o a un matrimonio.
Onore a lui. Onore a questa mostra e onore a questa ingegnosa città di Reggio Emilia, divenuta in questi giorni, per un buon tratto di futuro, capitale della fotografia.
a cura di Sergio Bevilacqua

image 4 by Donato Fusco

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Don McCullin – LA PACE IMPOSSIBILE
Dalle fotografie di guerra ai paesaggi 1958/2011
Palazzo Magnani – Reggio Emilia 11 maggio – 15 luglio 2012

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