Basilicata: Sogno Visione Memoria

Il tema della mostra è un Click Narrativo, dell’evoluzione che la Regione ha avuto negli ultimi anni tra luci e ombre, tra speranze e illusioni, tra promesse ed incompiute. La mostra è un incontro senza filtraggi accademici tra la cultura rurale, la natura, l’archeologia industriale e le incompiute. Essa è un repertorio di ricerca che nasce dall’amore che questo artista nutre per questa terra.

Foto-genesi. Prima dell’1883, anno in cui i soci Joseph Nicèphore Niepce e Louis Jacques Mandé Daguerre – quanti nomi per due sole persone: ma si tratta pur sempre di francesi! – sviluppando il primo dagherrotipo crearono di fatto la fotografia, per sperimentare l’impressione di immortalità che può dare il possesso di un ritratto bisognava essere un re o un papa o comunque appartenere al rango della nobiltà o a quello di uomini e donne eccezionale – guerrieri, sante, cortigiane particolarmente apprezzate o scrittori e poeti, ganimedi o storpi di varia natura, o sordidi criminali tuttavia capaci di emozionare l’artista di turno; ma anche in quei casi il rapporto con gli artisti – gente, com’è noto, bizzosa e piena di pretese – non era dei più facili. Basti pensare che appena un anno prima di quella formidabile invenzione, la giovane, bella e sofisticata contessa de Rasty pur di tramandarsi ai posteri in un dipinto che a dir il vero ancora oggi, quando siamo abituati a ben altre esibite nudità, sprigiona una sensualità tale da lasciarci senza fiato – dovette soggiacere alle voglie del grande ma altrettanto ributtante pittore Giovanni Boldini ­- una specie di arcigno gnomo conosciuto nella società parigina à la mode col nomignolo assai azzeccato di Boldo – anche se, essendone divenuta l’amante – ognuno ha le sue perversioni – sospettiamo non le sia poi costata molta pena.

Non così per le ore e ore tediose di posa richieste da David o Ingres perfino a Napoleone e con esiti spesso poco soddisfacenti – <Un ritratto poco rifinito e poco somigliante per poterlo presentare a S.M. l’Imperatore> come venne giudicata l’opera del maestro delle ben più emozionanti odalische­. Ma era il prezzo che tutti, potenti e nobili e ricchi borghesi, dovevano pagare. Ed era già un grosso privilegio poterlo pagare. Tutti gli altri: via, senza lasciare una sola traccia del proprio passaggio sulla terra, inghiottiti nella gora del tempo che ogni cosa cancella. Invece ecco apparire la fotografia. Uno scatto e ognuno entra nella storia! D’accordo, si tratta solo di un piccolo ingresso ma meglio del nulla. In questo senso, la fotografia si distingue già dalla sua nascita come la più democratica delle arti.

Foto-e-memoria. C’è un momento in cui la memoria delle persone che sono state più importanti nella nostra vita – il padre, la madre, le donne o gli uomini che abbiamo amato, gli amici – il potere che hanno di suscitare in noi il loro ricordo, si cristallizza in una foto. Mia madre dico, e più che rivederla come tante volte l’ho vista girare per casa eccola in quella vecchia foto – tanto vecchia che io ancora non ero nemmeno nella sua vita – con i colori che sembrano macchie di un acquerello venuto male: lei ha un vestito verde di seta, la testa un po’ reclinata su un lato, in modo che i capelli le cadono su una spalla, e sorride malinconica in bilico sulla cresta lugubre di una montagna.

Foto-emozioni. In ogni foto, secondo Roland Barthes, è possibile rintracciare un punctum e questo punctum è per lo spettatore come una “puntura” appunto, qualcosa che colpisce e lo fa dolorare. Qui siamo di fronte a una delle probabili origini, o almeno delle prime applicazioni, di quel <cosa l’ha colpito?> con cui ogni intervistatore incalza pervicacemente lo spettatore di qualsiasi evento e che ci ha trasformati in esegeti doloranti del reale – tanti “colpi” produrranno pure un loro effetto. Restando nel nostro attuale campo d’indagine, ma con un senso meno tendente al tragico, diremo che più che essere “colpiti” da una foto, possiamo esserne: impressionati incuriositi infastiditi emozionati eccitati turbati commossi. Ed è appunto quello che accade osservando le foto di Donato Fusco nel loro esplorare, senza sosta e senza limiti, lo spazio e il microspazio – dal rudere industriale al guscio spiraliforme di una lumaca. Allora l’occhio del fotografo – la sua meraviglia – estrapola, grazie alla fotocamera, un pezzo di realtà per consegnarla alla nostra meraviglia e alla Memoria.

E’ l’abilità di Fusco sta proprio nel riuscire a compiere questo piccolo miracolo, a toccarci nei sensi e nell’anima – attraverso la vista: l’anima – proprio a partire da un linguaggio scarno, essenziale, che mira alla pura essenza delle cose, alla loro quiddità e che ha, proprio in questo, la sua maggior forza d’impatto.
E sarà l’interno di una stalla, o un angolo ingombro di attrezzi e di una strana misteriosa inspiegabile poesia, le onde del mare nel loro continuo movimento e quelle immobilizzate dei calanchi, la fabbrica dismessa e il logo Amaro Lucano che possiede per noi la stessa valenza di quello della Coca Cola oltreoceano.
Il tutto in un’impaginazione, come si è scritto, rigorosa, senza orpelli, che trova nell’essenzialità del fraseggio il suo stile. E che pure con l’estrema varietà espressa dalla “visione” riesce assai bene a rappresentare l’effetto Basilicate, dal momento che in ben pochi altri posti si può passare, come invece accade nella nostra regione, attraversando distanze davvero esigue, dall’incanto delle grandi montagne coperte di fitte e cupe foreste alle pianure assolate percorse dai venti, dalle colline ammantate dalla vite agli arsi lunari calanchi, dalle coste di scoglio a quelle morbide di sabbia; e questo senza che Fusco si lasci irretire dal solito e logoro luogo comune della Lucania terra fuori dal tempo e dalla storia che ci portiamo dietro dai tempi di Levi, e consegnandocene invece, con il suo lavoro, l’immagine del divenire e del movimento.
Gaetano Cappelli

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