depliant 01Córdoba (Argentina), mercoledì 10 ottobre 2012

Nell’importante cornice istituzionale del Ministero degli Affari Esteri Italiano, presso i locali dell’Istituto Italiano di Cultura della seconda città argentina più importante, antica capitale economica e industriale, si è svolta oggi la conferenza “Basilicata: lingua e territorio” di Donato Fusco, intellettuale e fotografo lucano, introdotta dal sociologo clinico Sergio Bevilacqua dopo gli onori di casa svolti da Cesare Vaccani, reggente Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Córdoba.

depliant 02L’occasione è stata quella della XII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, promossa dallo Stato Italiano presso le sedi diplomatiche di tutto il mondo per celebrare la grande ricchezza dell’umanità costituita dall’Italiano e diffonderne la cultura e conoscenza.

depliant 03Fusco ha svolto una dotta e frizzante conferenza considerando la storia delle lingue lucane, con le loro speciali origini: le vie romane che portano il latino sulle preesistenze autoctone, il fondarsi di vere e proprie lingue romanze in conseguenza delle particolarità del territorio, il loro evolvere autonomamente, l’avvento dell’Italiano con l’unificazione, le importanti e avvedute esperienze culturali recenti quali quelle di Albino Pierro che, difendendo una delle lingue lucane, è stato capace d’inserirla con dignità nel flusso principale della Lingua nazionale.

Donato Fusco e Sergio BevilacquaSergio Bevilacqua, ha poi fatto notare il valore del dialogo tra le lingue del territorio della Basilicata e la più musicale lingua del mondo, l’Italiano: la maturazione di popolo che l’Italia, e in essa la Basilicata, ha acquisito, favorirà il reciproco rafforzarsi di queste due ricchezze dell’immenso patrimonio italiano. Una, lingua del passato e del locale, l’altra, lingua del presente, del passato recente e ancor più del futuro, entrambe rispettose delle reciproche dimensioni e utilità.

La conclusione di Donato Fusco dell’importante occasione di chiarimento di fondamentali fattori di dialettica tra civiltà locale e civiltà nazionale italiana, si è conclusa tra gli applausi di un pubblico competente, per la lettura prima in tursitano e poi in italiano di un testo poetico di Pierro. Ha poi sottolineato l’importante candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura, invitando tutti a sostenerla.depliant 04


image 1 by Donato Fusco

image 1 by Donato Fusco

Settima occasione annuale della “Settimana della Fotografia Europea” di Reggio Emilia: Palazzo Magnani ospita il grande fotografo inglese Don McCullin.
C’è qualcosa di singolare nella capacità di Reggio Emilia di qualificarsi come città di riferimento nei settori artistici. Quanto sta succedendo ormai con la fotografia era già successo negli anni settanta col balletto: cosa poteva legare la storia di questa città, così distante dalle morbidezze, alla danza, in particolare moderna, tanto da farla diventare la patria italiana della Nuova Tersicore? Credo che un ruolo importante sia da ricercare nel rigore che contraddistingue il reggiano, ma anche nel successo economico dell’industria reggiana, nella presenza del grande teatro allora solo Municipale e poi divenuto “Romolo Valli”, nell’accoglienza della scuola di danza di Liliana Cosi, in Amedeo Amodio e nel suo importante Ater Baletto divenuto presto famoso nello Stivale e anche all’estero, la sorprendente sensibilità di Comune e Provincia…

Ma questa è anche terra di Guareschi e Zavattini. Silvio D’Arzo e mio padre Antonio sorridevano (dal vecchio Caffè Impero sulla via Emilia, all’angolo di via del Vescovado) con sofferenza di fronte alla “sindrome da cicala” che le tenaci formiche reggiane del dopoguerra attribuivano all’arte e alle lettere, di cui erano sintomi i costumi discutibili degli artisti… E malgrado questa temperie, Corrado Costa, spalleggiato dal barcollante di vino (sic…!) Adriano Spatola, ha mancato per un solo anno la paternità cittadina al più importante fenomeno letterario italiano del dopoguerra, il “Gruppo 63”, che nasce a Palermo ma celebra il suo primo compleanno proprio tra le “varie nebbie” reggiane…

Alcuni giovani l’avrebbero ben ricordato. Giorgio Messori, scrittore, aveva capito tutto; Vicki Tondelli forse anche. E mentre altri figli di questa strana comunità, estremista e conformista, come Davide Benati e Isabella Tirelli, conducevano a Milano e a Roma sperimentazioni artistiche complesse e sofisticate, e assurgevano all’onore della critica nazionale, Giorgio Messori accompagnava alla fine degli ’80 il fotografo Luigi Ghirri sul Po a reinventarne l’onda con la sua luce d’intelletto.

Forse è proprio questo l’evento emblematico di un’altra, grande avventura estetica per la città di Reggio Emilia: divenire capitale dell’arte fotografica, sull’onda di un grande maestro (Luigi Ghirri, cui è stata dedicata la prima edizione della reggiana “Settimana della Fotografia Europea” nel 2006), dei suoi consiglieri segreti, ma anche di altri operatori tricolori della “lucecomearte” (Ascolini, Farri, Codazzi…). E così Reggio sembra avercela fatta un’altra volta.

Allora, grazie a intellettuali reggiani che da decenni curano con riservatezza quasi carbonara le proprie passioni per lo spirito di tutti, strani torrenti sotterranei dalla via Emilia si collegano al grande flusso dell’arte-acqua che avvolge attraversa e dà vita all’umano tutto.
Che quest’umanità sia d’Italia o d’altrove, il semplice approccio non distingue.
Primo, perché l’esperienza estetica non ha longitudine o latitudine, che non sia emblematizzata dall’uomo vitruviano o dal corpo tantrico. Secondo, perché a Reggio non si è tranquilli nelle esegesi colte, e la collettività reggiana ti rimanda, con concretezza, a un umile e giusto: “Cui prodest?”, a chi serve?

“Cui prodest” la mostra di Don McCullin a Palazzo Magnani?

Quando l’arte è chiara, chiarissima è la risposta. La mia diffidenza verso la fotografia (quella pura, intendo, non la sua partecipazione a tecniche miste) come arte maggiore, si arresta soltanto di fronte a due forme di elaborazioni della luce: quella dell’estemporaneo, furtivo appropriarsi d’immagine capace di produrre effetti sensibili (la chiamerei “iconologia invasiva”) e quella del quieto appoggiarsi sulla meditazione (la chiamerei “iconologia evocativa”). Entrambe possono essere o realistiche o concettuali, anche se l’iconologia invasiva è più sul primo versante e l’iconologia evocativa è più sull’altro. Non trovo sinceramente seri vincoli di prassi tecnica o strumento nella fotografia “pura”.

La luce della foto d’arte è luce d’intelletto e luce d’umano sistemico: non credo ad altra sostanza, come apparirà chiaro nel mio testo estetico di prossima pubblicazione, il cui titolo provvisorio suona così: “Della Fotografia. Il concettuale fotografico”.

E così rinvengo nell’opera dell’audace Don McCullin entrambi i versanti: iconologia, la sua, indiscutibilmente invasiva ma anche in certi scatti deliziosamente evocativa. Per poi ogni tanto trascinare addirittura la semiologia che ha scelto per la difficile via del simbolico e farci riflettere in un percorso, sempre e solo col brulicare di ordinati (nel senso del logos e del bello) fotoni.

Per il resto dico che McCullin riluce da sé.

E, anche per i più resistenti e volgari, il “cui prodest” è fortunatamente evidente, indiscutibile sintomo d’arte. Lui nega d’essere un fotografo di guerra: affermazione di fenomenologica semplicità anglosassone, che lascia a noi latini un migliore spazio di definizione. Niente bizantinismi del senso, ma un chiaro distinguo poetico e semantico: non fotografo di guerra, siamo d’accordo, bensì, per il fatto che ovunque nella sua fotografia appaiono segni di difformità tragica, indiscutibile semiologo e iconologo del “Conflitto”.

© Don McCullin (Contact Press Images)

© Don McCullin (Contact Press Images)

© Don McCullin (Contact Press Images)

© Don McCullin (Contact Press Images)

© Don McCullin (Contact Press Images)

© Don McCullin (Contact Press Images)

Sia allora questo conflitto di vera e propria guerra, di guerra fredda (le foto del muro di Berlino), di ordine pubblico (le scene di arrembaggi urbani), di confronto con la non-violenza (i flick schierati di fronte a un dimostrante seduto a gambe incrociate con un simbolico cartello), la fame in Africa (sconvolgenti, già all’epoca, i reportage dal Biafra), di modelli socioeconomici (i fumi dell’industria a deturpare il territorio), di confronto con la propria morfologia estetica umana (il cesello delle giovani etiopi sul loro corpo e la trasformazione del vecchio irlandese), di irregolarità nel confronto con la natura, come si vive nei suoi panorami…

image 2 by Donato Fusco

image 2 by Donato Fusco

image 3 by Donato Fusco

image 3 by Donato Fusco

E si potrebbe procedere così per le più di cento opere in esposizione nella bella e varia antologica di Palazzo Magnani.

Don McCullin è un sublime iconologo del conflitto, dell’impuro, del naturale ingovernabile, dell’umano fallace: un grande realista che raggiunge un livello filosofico di connotazione tragica come stupendosi dell’umano alveare, dell’umano formicaio, del suo sanguinare, del suo volersi male anche quando si va all’ippodromo o a un matrimonio.
Onore a lui. Onore a questa mostra e onore a questa ingegnosa città di Reggio Emilia, divenuta in questi giorni, per un buon tratto di futuro, capitale della fotografia.
a cura di Sergio Bevilacqua

image 4 by Donato Fusco

image 4 by Donato Fusco

Don McCullin – LA PACE IMPOSSIBILE
Dalle fotografie di guerra ai paesaggi 1958/2011
Palazzo Magnani – Reggio Emilia 11 maggio – 15 luglio 2012


Expo Internazionale di Arti Visive Apocalypse 2012 – Maya Prophecy

La Mostra vorrà essere una raccolta di risposte diverse da ciò che il significato di questa data rappresenta, una rappresentazione dei propri timori e delle proprie opinioni sul tema. Una sorta di strategia per scongiurare il pericolo o la proprie paure.

ART DIRECTOR Maria Grazia Todaro
Presidente QueenArtStudio

Prima tappa
 24-31 Marzo 2012

Palaturismo di Montegrotto Terme (PD)

Seconda tappa 19-26 Maggio 2012
Galleria Albatros Roma Termini
madrina dell’inaugurazione l’artista e attrice Marina Suma con i suoi gioielli apocalittici

Ultima tappa 14-21 dicembre 2012
Museo Archelogico Faggiano Lecce

 


08Mar

Eva contro Eva – frammenti di donna

Images & Words
Eva contro Eva — frammenti di donna

Eva contro Eva — frammenti di donna è un progetto fotografico nato dalla collaborazione tra l’artista visivo Donato Fusco e la scrittrice Elisabetta Bricca. Un’idea che racchiude una dimensione concettuale e visiva, che si concretizza in venti, suggestivi, scatti ispirati alla parola scritta per rendere omaggio alla Donna, vestita nello stile essenziale e raffinato degli abiti di Chiara Boni, in cui trova la massima espressione della femminilità. I personaggi femminili hanno potuto interpretare e vivere il racconto nello scenario dei luoghi della Basilicata.

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Giovedì 8 marzo 2012 s’inaugura alle ore 18.30 presso la Art Gallery
del MO.OM Hotel in via San Francesco, 15 ad Olgiate Olona (VA)
la mostra fotografica “Eva contro Eva — frammenti di donna” dell’artista visivo Donato Fusco a cura della Direttrice Artistica Chiara Rizzolo.


Il racconto “Rocce” di Elisabetta Bricca per Donato Fusco

Deserto. Nell’anima mi perdo, senza destinazione.
L’occhio lacrima al riverbero. Il sole: accecante.

La pelle, rossa, il vento accarezza; d’istinto represso il cuore sanguina.
Cerco. Sulla linea dell’orizzonte, un avvallo di roccia, seni di donna. Ricorda i miei.

Avanzo, fronte alta. Respiro: Il buio della grotta. Anelli di gechi sulle pareti di un chiazzato biancore.
Rocce. Il tocco riscopre la primordiale poesia. Umida, densa, parafrasi di vuoto.

Il tepore mi avvolge.
Anfratti arcaici si mostrano. Raccolgo la sfida di muta purezza. Sento il grido della civetta.

La notte. E’ qui.
Sdraiati, sussurra, dimentica. Sciogli i capelli.

Srotolo: groviglio di seta lambisce i fianchi. Io, la figlia, madre matrigna, il peso ho portato per ogni peccato. Dolore. Strappo sul fianco: corona di spine.

Le palpebre si chiudono: la visione incalza. Nuda mi ergo su foglie caduche, tra case antiche con occhi aperti.
Ombre. Grido di creazione. Partorirai e soffrirai…

Eco di condanna, senza requie.
Caduta sulla terra, donna tra le donne, viaggio sul baratro che scinde luce e oscurità. Non odo più il verso della civetta.

Sfiorato dal giorno, il filo dei pensieri si spezza. Lascio la grotta alle spalle.
Davanti al mio sguardo, il verde (acerbo) contamina.

Linee tracciano disegni contro il cielo diafano. Tronchi contorti, chiome spettinate.
Capelli come crine di puledra contro il blu. Baluardo femmineo, prisma di cuore.

Dischiudo le braccia. Il sole implode. Io sono una e trino, madre terra, Salomè e Betsabea. Sono guerriera, tessitrice di vita, creatrice e puttana.

Sono amore e disperazione, leggerezza e poesia. Sono la genie primaria che ha accolto il peccato. Strega e suora, ancella e imperatrice. Primordiale Agrippina, di sensi incestuosa.

Demone e angelo. Falco e colomba. Fine e iniziazione, morte e resurrezione.
Il principio di ogni donna.

Chador di catene, buio velato. In mezzo alla piazza, il pugno alzato.
Gocce, germogli, rivolta e terrore. L’uomo incombe portando clamore.

Collant. Strappati. Fuoco e sudore. Vergogna mi copre, il mio Io s’impone.
Sono deserto. Sono roccia. Fiore.

Sono rugiada, preghiera di candore. Il giglio all’inferno, che supplica onore.
Sono in ognuna e ognuna ha il mio nome. Sento la brezza declamare il clangore.

China, umiliata, radici di quercia. Né mai fui doma, e mai sarò repressa.
Vita. La sabbia scivola. Bisanzio e il suo oro, Teodora, e sia.

Gatta bastarda, venditrice d’amore.
Io sono Eva, per errore di onniscienza.

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Video e voce di Veronica Cuscusa


“Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”
(Bertand Morane) da “L’uomo che amava le donne” di François Truffaut.

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L’evento nasce dall’idea di selezionare una ragazza dalle “Favolose Gambe” per un progetto fotografico sulla seduzione delle gambe quale strumento comunicativo.
Sempre attento al fine sociale degli eventi, inserisco un dibattito tenuto da 3 medici specialisti sulla salute delle gambe dal titolo “gambe, seduzione e salute”
L’evento si trasforma in “Fashion Show – La Grazia delle Gambe”
Le concorrenti oltre a sfilare in 3 uscite con diversi abiti e costumi, dovranno realizzare uno sketch che meglio possa rappresentare la loro idea di seduzione con le gambe.
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DIBATTITO “GAMBE, SEDUZIONE E SALUTE”
– dott. Giuseppe Tarantino (specialista in pediatria)
– dott. Giambattista Parciante (specialista in ortopedia e traumatologia)
– dott. Pasquale Calbi (specialista in igiene – medico estetico)

CONCORSO “LA GRAZIA DELLE GAMBE”
– Luciano Nota (Poeta declamato su Rai Radio 1 Zapping)
– Pino Lauria (Artista visivo)
– Giuliana Ferrara (opinionista radio Unis@und Università di Salerno)
– Antonella Laviola (commissario Pari Opportunità Regione Basilicata)
– Ekaterina Strogonova (Top Model from New York, Parigi, Londra)

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Pubbliche Relazioni
Dott.ssa Elisabetta Bricca

Event Manager
Donato Fusco


Expo Internazionale di Arti Visive
“DELL’AMORE E DI ALTRI DEMONI”

omaggio a Gabriel Garcia Marquez

Expo Internazionale di Arti Visive: Pittura, Scultura, Grafica e Fotografia

8-15 MAGGIO 2011
Centro Congressi Palazzo del Turismo
Montegrotto Terme (Padova)

Organizzazione: Maria Grazia Todaro :: QUEEN_ART_STUDIO DI PADOVA
Patrocinio: Città Di Montegrotto Terme (Pd)

“la ricerca delle emozioni // stampa lambda // 50×70 // 2011″ Le emozioni per una ragazzina di 12 anni sono nel lasciare la casa paterna, riempita di oggetti ma non di amore, per raggiungere quella dei servi, sì vuota di tutto, ma ricca di amore.

“la ricerca delle emozioni // stampa lambda // 50×70 // 2011″
Le emozioni per una ragazzina di 12 anni sono nel lasciare la casa paterna, riempita di oggetti ma non di amore, per raggiungere quella dei servi, sì vuota di tutto, ma ricca di amore.

“osservi il tuo desiderio rinchiuso // stampa lambda // 60×60 // 2011″ rinchiusa nella cella non c’è una ragazzina di 12 anni posseduta dal demonio, ma sono gli altri che attraverso la sua purezza, osservano i propri desideri rinchiusi.

“osservi il tuo desiderio rinchiuso // stampa lambda // 60×60 // 2011″
rinchiusa nella cella non c’è una ragazzina di 12 anni posseduta dal demonio, ma sono gli altri che attraverso la sua purezza, osservano i propri desideri rinchiusi.

 


Una luce su quella che una volta era considerata “la terra dei lupi”:  presentazione del calendario realizzato a cura dell’Agenzia di Comunicazione Visiva “Quattro”

La Basilicata vista sotto uno sguardo diverso, capace di mostrare non solo la bellezza, ma anche le tante opportunità di una terra fin troppo spesso dimenticata: è questo lo scopo di “riScatti lucani – redenzione dalla terra dei briganti”, evento di presentazione del calendario realizzato grazie alle fotografie di Donato Fusco e curata dall’agenzia di comunicazione visiva “Quattro” che verrà presentato alla sala consiliare di Bernalda mercoledì 29 dicembre 2010 alle 18.

Donato Fusco con i propri scatti ha cercato di fotografare, attraverso le immagini dei bellissimi paesaggi lucani, anche il cuore della regione. La presentazione sarà, infatti, un’ottima occasione per riflettere sul passato, il presente e il futuro di una regione, la Basilicata, che non ha mai regalato niente ai propri abitanti, ma che ora grida a gran voce il proprio riscatto sia sociale, che economico. L’evento si svilupperà in due principali momenti: dibattito che verterà sui temi analizzati negli scatti del calendario e degustazione dei prodotti tipici lucani negli stand allestiti all’interno della sala consiliare.

Interverranno:
prof. Pietro Tamburrano – storico e moderatore

dott. Agatino Mancusi – Ass. Regionale al Territorio e all’Ambiente
Paolo Popia – ristoratore Palazzo dei Poeti
Angelo Crocco – resp. marketing Cantine Crocco
dott.ssa Antonella Benestà- ass. cult. Voglia di Basilicata
Donato Fusco – visual artist
dott. Otello Carrieri – Comp. Dir. Reg. ADICONSUM
avv. Leo Chiruzzi – Sindaco del Comune di Bernalda

 

Non solo depressione, crisi e precarietà, ma anche risorse, qualità e riscatto: è questo quello che “riScatti lucani – redenzione dalla terra dei briganti” ha cercato di fotografare.

 

Patrocinio: Comune di Bernalda – ADICONSUM Bernalda
Partner: Cantine Crocco – Palazzo dei Poeti – Caseificio Rosano


spaventapasseri

spaventapasseri

Mostra Collettiva “Il Piacere”dal colore alla forma

a cura di Daniele Radini Tedeschi
Galleria Augusto Consorti – Via Margutta 52/A – Roma
28 ottobre – 4 novembre 2010

Critica:
L’artista e fotografo Donato Fusco è un testimone preciso e puntuale della realtà più concreta e naturale. In alcuni suoi scatti, quali “Spaventapasseri“, ad esempio, possiamo vedere questo mestiere di osservatore attento, capace di trovare valori poetici nelle cose semplici e quotidiane.
Un campo solitario ove domina uno spauracchio, trionfo dell’inorganico, diviene per l’artista partitura per variazioni e quindi, memore della lezione paesaggistica secentesca, pone la natura come potenza dell’opera, relegando il soggetto in uno stato subalterno.
Alma Venus” è un’opera di grande potenza figurativa. L’impatto immediato che essa crea nel riguardante è allo stesso tempo lirico e agghiacciante.
La donna morta sulla rena sassosa, in posa liberty con suo strascico funebre, pare un dono del pelago: violata dalla procella ondosa, è ora resa alla Terra.

Alma Venus

Alma Venus

Artisti


Giancarlo De Dominicis
Carmelo Crea
Giavanni Battista Armillei
Claudio Morleni
Marcello Merosi
Eugenio Cenani
Marco Bordieri
Flora Torrisi
Paolo Miserini
Rossella Montagna
Antonella Scaglione
Loretta Antognozzi
Roberto Ranno
Elena Asseeva
Francesca Romana Stornelli
Maria Nobili
Patrizia De Vita
Vanina Maldini
Patrizio Farinacci
Myriam Di Fiore
Ornella Casale
Tiziana Sabatini
Mauro Sgarbi
Maria Giovanna Giarè
Gildo De Bonis
Gabriella Tolli
Maria Enrica Nardi
Giovanni Muccitelli
Giovanni Bompadre
Melina Bottari


Il tema della mostra è un Click Narrativo, dell’evoluzione che la Regione ha avuto negli ultimi anni tra luci e ombre, tra speranze e illusioni, tra promesse ed incompiute. La mostra è un incontro senza filtraggi accademici tra la cultura rurale, la natura, l’archeologia industriale e le incompiute. Essa è un repertorio di ricerca che nasce dall’amore che questo artista nutre per questa terra.

Foto-genesi. Prima dell’1883, anno in cui i soci Joseph Nicèphore Niepce e Louis Jacques Mandé Daguerre – quanti nomi per due sole persone: ma si tratta pur sempre di francesi! – sviluppando il primo dagherrotipo crearono di fatto la fotografia, per sperimentare l’impressione di immortalità che può dare il possesso di un ritratto bisognava essere un re o un papa o comunque appartenere al rango della nobiltà o a quello di uomini e donne eccezionale – guerrieri, sante, cortigiane particolarmente apprezzate o scrittori e poeti, ganimedi o storpi di varia natura, o sordidi criminali tuttavia capaci di emozionare l’artista di turno; ma anche in quei casi il rapporto con gli artisti – gente, com’è noto, bizzosa e piena di pretese – non era dei più facili. Basti pensare che appena un anno prima di quella formidabile invenzione, la giovane, bella e sofisticata contessa de Rasty pur di tramandarsi ai posteri in un dipinto che a dir il vero ancora oggi, quando siamo abituati a ben altre esibite nudità, sprigiona una sensualità tale da lasciarci senza fiato – dovette soggiacere alle voglie del grande ma altrettanto ributtante pittore Giovanni Boldini ­- una specie di arcigno gnomo conosciuto nella società parigina à la mode col nomignolo assai azzeccato di Boldo – anche se, essendone divenuta l’amante – ognuno ha le sue perversioni – sospettiamo non le sia poi costata molta pena.

Non così per le ore e ore tediose di posa richieste da David o Ingres perfino a Napoleone e con esiti spesso poco soddisfacenti – <Un ritratto poco rifinito e poco somigliante per poterlo presentare a S.M. l’Imperatore> come venne giudicata l’opera del maestro delle ben più emozionanti odalische­. Ma era il prezzo che tutti, potenti e nobili e ricchi borghesi, dovevano pagare. Ed era già un grosso privilegio poterlo pagare. Tutti gli altri: via, senza lasciare una sola traccia del proprio passaggio sulla terra, inghiottiti nella gora del tempo che ogni cosa cancella. Invece ecco apparire la fotografia. Uno scatto e ognuno entra nella storia! D’accordo, si tratta solo di un piccolo ingresso ma meglio del nulla. In questo senso, la fotografia si distingue già dalla sua nascita come la più democratica delle arti.

Foto-e-memoria. C’è un momento in cui la memoria delle persone che sono state più importanti nella nostra vita – il padre, la madre, le donne o gli uomini che abbiamo amato, gli amici – il potere che hanno di suscitare in noi il loro ricordo, si cristallizza in una foto. Mia madre dico, e più che rivederla come tante volte l’ho vista girare per casa eccola in quella vecchia foto – tanto vecchia che io ancora non ero nemmeno nella sua vita – con i colori che sembrano macchie di un acquerello venuto male: lei ha un vestito verde di seta, la testa un po’ reclinata su un lato, in modo che i capelli le cadono su una spalla, e sorride malinconica in bilico sulla cresta lugubre di una montagna.

Foto-emozioni. In ogni foto, secondo Roland Barthes, è possibile rintracciare un punctum e questo punctum è per lo spettatore come una “puntura” appunto, qualcosa che colpisce e lo fa dolorare. Qui siamo di fronte a una delle probabili origini, o almeno delle prime applicazioni, di quel <cosa l’ha colpito?> con cui ogni intervistatore incalza pervicacemente lo spettatore di qualsiasi evento e che ci ha trasformati in esegeti doloranti del reale – tanti “colpi” produrranno pure un loro effetto. Restando nel nostro attuale campo d’indagine, ma con un senso meno tendente al tragico, diremo che più che essere “colpiti” da una foto, possiamo esserne: impressionati incuriositi infastiditi emozionati eccitati turbati commossi. Ed è appunto quello che accade osservando le foto di Donato Fusco nel loro esplorare, senza sosta e senza limiti, lo spazio e il microspazio – dal rudere industriale al guscio spiraliforme di una lumaca. Allora l’occhio del fotografo – la sua meraviglia – estrapola, grazie alla fotocamera, un pezzo di realtà per consegnarla alla nostra meraviglia e alla Memoria.

E’ l’abilità di Fusco sta proprio nel riuscire a compiere questo piccolo miracolo, a toccarci nei sensi e nell’anima – attraverso la vista: l’anima – proprio a partire da un linguaggio scarno, essenziale, che mira alla pura essenza delle cose, alla loro quiddità e che ha, proprio in questo, la sua maggior forza d’impatto.
E sarà l’interno di una stalla, o un angolo ingombro di attrezzi e di una strana misteriosa inspiegabile poesia, le onde del mare nel loro continuo movimento e quelle immobilizzate dei calanchi, la fabbrica dismessa e il logo Amaro Lucano che possiede per noi la stessa valenza di quello della Coca Cola oltreoceano.
Il tutto in un’impaginazione, come si è scritto, rigorosa, senza orpelli, che trova nell’essenzialità del fraseggio il suo stile. E che pure con l’estrema varietà espressa dalla “visione” riesce assai bene a rappresentare l’effetto Basilicate, dal momento che in ben pochi altri posti si può passare, come invece accade nella nostra regione, attraversando distanze davvero esigue, dall’incanto delle grandi montagne coperte di fitte e cupe foreste alle pianure assolate percorse dai venti, dalle colline ammantate dalla vite agli arsi lunari calanchi, dalle coste di scoglio a quelle morbide di sabbia; e questo senza che Fusco si lasci irretire dal solito e logoro luogo comune della Lucania terra fuori dal tempo e dalla storia che ci portiamo dietro dai tempi di Levi, e consegnandocene invece, con il suo lavoro, l’immagine del divenire e del movimento.
Gaetano Cappelli